L’oro scende, si tiene o si vende?

Caduta Oro

Dipende. Da che dipende? Sostanzialmente da come un investitore considera l’investimento in oro: asset strategico o posizionamento tattico? Dagli ultimi report del World Gold Council (WGC), emerge un quadro molto più articolato rispetto alla contingenza ribassista. La correzione del prezzo dell’oro e il peggior trimestre degli ultimi dieci anni, descrivono infatti la dinamica di brevissimo periodo, mentre i report del World Gold Council analizzano i fattori strutturali della domanda. I due livelli temporali portano a conclusioni differenti.

Possiamo individuare sostanzialmente cinque fattori responsabili della correzione:

  • – aspettative di tassi d’interesse più elevati;
  • – rialzo dei rendimenti reali;
  • – rafforzamento del dollaro;
  • – deflussi dagli ETF/ETC sull’oro;
  • – spostamento del capitale speculativo verso AI, semiconduttori e SpaceX.


Sono tutti fattori coerenti con la teoria finanziaria. Storicamente infatti il prezzo dell’oro presenta una correlazione negativa con: rendimenti (o tassi) reali, dollaro e costo opportunità del capitale (stock picking). La questione importante è però se questi fattori siano permanenti oppure temporanei.

Il World Gold Council riconosce che petrolio, inflazione e rendimenti obbligazionari stanno esercitando pressione negativa sul prezzo dell’oro. Ma osserva anche un punto molto interessante: il grafico sulle correlazioni mostra che oggi il petrolio è il principale driver dei rendimenti obbligazionari.

L’interpretazione dell’associazione dei minatori è la seguente. Se il rincaro del petrolio produce nuova inflazione allora saliranno i rendimenti del reddito fisso (ma anche i tassi variabili, aggiungiamo noi) che faranno inizialmente scendere l’oro, ma successivamente gli investitori potrebbero iniziare a dubitare della sostenibilità della crescita economica; a quel punto l’oro tornerebbe ad essere acquistato.

Paradossalmente, se i rialzi dei tassi dovessero materializzarsi, potrebbe verificarsi una delle rare eccezioni storiche in cui oro e tassi salgono insieme, perché il mercato interpreterebbe i rialzi non come segnale di forza, ma come un sintomo di fragilità economica.

C’è poi il punto fondamentale di tutta la questione: la domanda delle banche centrali non sta diminuendo. I deflussi degli ETF e degli ETC, che si ritengono essere i principali motori della discesa dell’oro, sono una componente temporanea, volatile, precipuamente tattica ed – in quanto tali – rappresentano solo una porzione della domanda mondiale. Di contro, le banche centrali costituiscono oggi un acquirente del metallo prezioso, molto più stabile e strategico soprattutto considerando che i volumi sono impressionanti. Negli ultimi quattro anni le principali banche centrali (ma anche quelle dei paesi emergenti) hanno acquistato in media 1.000 tonnellate di oro all’anno, contro una media di 500 tonnellate nel decennio precedente. Quindi la domanda istituzionale non sta rallentando, ma è raddoppiata. Le aspettative delle banche centrali sui loro stessi acquisti di metallo giallo sono ancora più impressionanti. Sondate dal WGC, 76 banche centrali hanno prodotto aspettative estremamente omogenee:

  • – 89% ritiene che le riserve auree mondiali aumenteranno nei prossimi dodici mesi.
  • – 45% prevede di aumentare direttamente le proprie riserve.


È il valore più elevato mai registrato nella storia del sondaggio (che è periodico, è bene ricordarlo). Se gli operatori che acquistano migliaia di tonnellate all’anno non stanno vendendo, diventa difficile sostenere una tesi strutturalmente ribassista.

Questo importante punto pone immediatamente una importante domanda: perché le banche centrali comprano ancora? Nell’ultimo report del WGC si riportano tre motivazioni principali:

  1. 1. protezione durante le crisi (90%);
  2. 2. riserva di valore e copertura contro l’inflazione (84%);
  3. 3. diversificazione di portafoglio (83%).


Fin qui niente di nuovo. Ma una novità c’è, e per giunta molto interessante: riguarda la geopolitica come ulteriore fattore motivazionale. L’85% delle banche centrali dei paesi emergenti considera l’oro una copertura contro il rischio geopolitico, perché l’oro è un’attività che non dipende da nessun governo, valuta o sistema finanziario. In un contesto di guerre, sanzioni economiche, tensioni commerciali o deterioramento delle relazioni internazionali, detenere riserve in dollari o in titoli di stato esteri può diventare più rischioso, poiché tali attività possono essere congelate, limitate o perdere valore. L’oro fisico, invece, non comporta rischio di controparte, non può essere “stampato” da una banca centrale e, se custodito direttamente nel paese, rimane pienamente sotto il controllo dell’autorità monetaria. Per questo motivo molti paesi emergenti stanno aumentando le proprie riserve auree come strumento di diversificazione e di tutela della propria sovranità finanziaria. Questo è probabilmente il cambiamento più importante degli ultimi anni che traccia un parallelismo con un altro asset che condivide esattamente le stesse caratteristiche e stesse dinamiche di deprezzamento: riuscite ad immaginare quale?

Il sondaggio evidenzia un’altra tendenza strutturale. Il 74% delle banche centrali prevede che la quota del dollaro nelle riserve mondiali diminuirà nei prossimi cinque anni. Parallelamente, l’84% ritiene che la quota dell’oro aumenterà. Questa non è una previsione sul prezzo; è una previsione sulla domanda. Ed è probabilmente il fattore più importante, perché l’oro – è bene ricordarlo e ripeterlo – non ha un valore fondamentale e quindi non si può dire se sia sopra o sotto valutato: sono quindi solo la domanda e l’offerta che ne determinano la dinamica.

Siamo ora in grado di tirare una conclusione che riteniamo abbia una rilevanza fondamentale: oggi esistono due mercati dell’oro. Il mercato finanziario dell’oro popolato da ETF, hedge fund e investitori retail, molto sensibile (diremo quasi ipersensibile) a tassi, dollaro e sentiment (di ogni tipo). E si sa: sensibilità è sinonimo di volatilità. Il secondo mercato che possiamo definire “strategico” è composto da banche centrali, fondi sovrani e governi; attori molto meno sensibile al prezzo, ma molto più sensibili a geopolitica, sanzioni e diversificazione delle riserve. È questo secondo mercato che negli ultimi anni ha sostenuto i prezzi.

Quindi torniamo alla domanda del titolo. Per chi detiene oro in portafoglio, in prospettiva strategica (che include anche la diversificazione), una vendita motivata esclusivamente dalla recente correzione dei prezzi non appare sensata. La debolezza attuale è spiegata da fattori macroeconomici di breve periodo (tassi reali elevati, dollaro forte e deflussi dagli ETF), mentre i principali fattori strutturali della domanda – acquisti delle banche centrali, esigenze di diversificazione e rischi geopolitici – restano sostanzialmente invariati.

La conclusione più coerente con i dati è mantenere l’esposizione, eventualmente riportandola al peso obiettivo se la forte salita precedente avesse generato un eccesso di concentrazione. Vendere integralmente significherebbe rinunciare proprio alla funzione di assicurazione che le banche centrali continuano a ricercare.

Per coloro invece che ancora non possiedono oro in portafoglio (ma ne esistono veramente?) occorre fare una distinzione. Se l’obiettivo è speculare su un rapido rimbalzo dopo la correzione, diamo una brutta notizia: non esistono elementi sufficienti per affermare che il minimo sia stato già raggiunto. Il World Gold Council sottolinea che un ulteriore aumento dei rendimenti e un dollaro ancora forte potrebbero prolungare la fase di debolezza nel breve termine. E con questo abbiamo risposto anche a coloro (e pensiamo che siano numerosi) che concepiscono il metallo giallo come un investimento tattico e quindi speculativo: mediate oculatamente al ribasso, ma non aspettatevi grandi ritorni da qui a fine anno.

Se invece l’obiettivo è costruire un portafoglio di lungo periodo, l’evidenza è più favorevole perché si condivide lo stesso obbiettivo di grossi investitori istituzionali. E c’è pure un altro vantaggio. Non avendo ancora posizioni aperte si può costruire un’allocazione con un buon prezzo di carico entrando gradualmente (ad esempio tramite acquisti periodici, un piano di accumulo in sostanza) riducendo così il rischio di scegliere un momento di mercato sfavorevole.

Volendo giungere and una fruttuosa conclusione riteniamo che, dati fattori di domanda non compromessi, due risposte siano adeguate e sensate.

  • – Per chi ha già oro in portafoglio. I dati disponibili non giustificano una vendita basata soltanto sul recente ribasso. Ha più senso mantenere un’allocazione coerente con il proprio profilo di rischio e riequilibrare solo se il peso dell’oro è diventato eccessivo.
  • – Per chi non ha oro in portafoglio. I numeri non indicano l’urgenza di inseguire un rimbalzo, ma sostengono l’opportunità di costruire gradualmente una posizione strategica. La combinazione di acquisti persistenti delle banche centrali, riduzione del peso del dollaro nelle riserve e ruolo dell’oro come copertura contro crisi geopolitiche e inflazione, rappresentano argomenti solidi per detenere una quota di oro in un portafoglio ben diversificato, soprattutto con un orizzonte di lungo termine.

 

 

Disclaimer

Il presente post esprime l’opinione personale dei collaboratori di Custodia Wealth Management che lo hanno redatto. Non si tratta di consigli o raccomandazioni di investimento, di consulenza personalizzata e non deve essere considerato come invito a svolgere transazioni su strumenti finanziari.