Un anno digitale

Dopo anni di cautela nei confronti delle criptovalute, i principali attori della finanza tradizionale (comunemente nomata “TradFi” dalla comunità crypto) stanno rivoluzionando il mercato, introducendo prodotti digitali innovativi e attirando nuovi gruppi di investitori.

La finanza tradizionale sta cambiando il settore delle risorse digitali. I colossi del settore, come Fidelity, Franklin Templeton e BlackRock, si stanno unendo agli operatori del settore delle criptovalute non solo per fornire accesso alle risorse digitali, ma anche per sfruttare la tecnologia che alimenta tali risorse.

Si tratta di una classe di attività significativa che non può più essere ignorata perché la capitalizzazione di mercato del settore supera ormai i 3.000 miliardi di dollari, di cui oltre la metà è rappresentata dal pilastro da cui tutto ebbe inizio: il bitcoin. “È più grande del mercato obbligazionario ad alto rendimento degli Stati Uniti”, afferma. Si tratta inoltre di un mercato in così forte crescita per cui scegliere di non allocarci risorse sta diventando “una scelta attiva” per gli investitori e gli asset manager.

Punti di svolta per le criptovalute

Nei primi anni, la volatilità del bitcoin e i suoi picchi e cali vertiginosi spaventavano gli investitori che si sentivano anche poco tutelati dalla mancanza di chiarezza normativa. Comprendere le complessità di questo nuovo mercato, come ad esempio gestire le chiavi private o scegliere un exchange su cui fare trading in assenza di chiarezza normativa, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Tuttavia, da qualche tempo, si sono affacciati sul mercato degli attivi digitali importanti attori istituzionali. JP Morgan ha lanciato un programma pilota sulla blockchain nel 2016 e successivamente ha creato la propria soluzione blockchain privata, Kinexys. Il gigante della gestione patrimoniale Fidelity, nel frattempo, ha condotto il suo primo proof of concept sulla custodia dei bitcoin nel 2016. L’approvazione storica dei primi fondi negoziati in borsa (ETF) su bitcoin spot negli Stati Uniti all’inizio del 2024 ha portato la finanza tradizionale a considerare le criptovalute come un asset investibile.

La prima legislazione nazionale statunitense sulle criptovalute che disciplina le stablecoin è stata introdotta con il GENIUS Act 2025. Questo, insieme a una maggiore chiarezza normativa, ha fatto sì che i gestori patrimoniali tradizionali stiano ora discutendo in modo più approfondito la possibilità di investire nelle criptovalute, afferma Chen. Un sondaggio condotto nel 2025 da Binance su 200 investitori globali, tra cui banche, compagnie assicurative e fondi pensione con almeno 150 milioni di dollari di asset in gestione, ha rilevato che il 79% degli investitori ritiene che l’era del “Far West” delle criptovalute stia volgendo al termine; tra coloro che già investono, la maggioranza adotta un approccio cauto, allocando il 2-5% degli asset in gestione della propria organizzazione (AUM).

Quando TradFi e criptovalute si incontrano

Una volta che gli asset manager e gli investitori iniziano a esplorare gli asset digitali con un approccio di investimento, scoprono che esiste una gamma di prodotti che va oltre le opzioni principali, tra cui stablecoin per la gestione della liquidità e offerte di prodotti derivati e strutturati.

I futures perpetui, ad esempio, sono un prodotto unico nel mondo delle criptovalute. Questi contratti derivati consentono agli investitori di speculare sul prezzo di un asset digitale senza detenerlo e senza richiedere una data di scadenza prestabilita.

I futures perpetui (o swap perpetui) sono contratti che non scadono mai e non prevedono alcun regolamento, o, in altre parole, prevedono più regolamenti al giorno, ma diversi rispetto ai futures con scadenza, come vedremo tra poco. Anziché incorporare il premio nel prezzo, viene applicato un tasso di finanziamento periodico che penalizza i detentori di posizioni lunghe o corte a seconda che il contratto sia negoziato con un premio o uno sconto (contango o backwardation).

I futures perpetui sono stati inventati molti anni fa (nel 1993, per la precisione). Il documento fondamentale che per primo ha presentato la proposta è stato scritto dal premio Nobel Robert Shiller, che aveva in mente un ruolo completamente diverso per i perpetui. Shiller osservò che molti asset sono negoziati così raramente che i loro prezzi sono difficili da reperire e spesso poco trasparenti, poiché non vengono pubblicati. L’esempio più rilevante è quello degli immobili. Questo tipo di asset non è adatto a essere sottostante di un derivato. Tuttavia, può generare un flusso di ricavi costante e (possibilmente) completamente trasparente (ad esempio, gli affitti immobiliari). L’idea di Shiller era: perché non utilizzare il flusso di ricavi “perpetuo” per tracciare e scoprire il prezzo dell’asset (sottostante) che genera questo flusso di ricavi (nel nostro esempio il settore immobiliare)? La tecnicità che consente a un flusso di ricavi (potenzialmente) infinito di esprimere il valore equo dell’asset che lo ha generato è fondamentalmente un fattore di sconto di una rendita perpetua, ma il meccanismo per implementarlo è piuttosto semplice: ogni volta (ad esempio t) che c’è una differenza tra il reddito dell’attività, d_t, e il reddito di un’attività alternativa (di solito un’attività molto liquida) utilizzata per depositare il margine, r_t, questa stessa differenza deve essere pagata dai trader lunghi ai trader corti se è positiva e viceversa se è negativa. Il regolamento totale nel periodo successivo, s_(t+1), è dato dalla seguente formula:

la cui prima parte f_(t+1)-f_t  è un regolamento normale che avviene quotidianamente per qualsiasi future (compresi quelli tradizionali) utilizzando la stanza di compensazione o il motore di scambio (sicuramente una scatola nera) delle borse di criptovalute. Come è noto, consiste nell’accreditare i guadagni sui conti a margine vincenti e nell’addebitare quelli dei trader perdenti. La seconda parte d_(t+1)-r_t f_t  è la differenza di ricavo che le borse di criptovalute chiamano tasso di finanziamento. La formula per il tasso di finanziamento dipende dalle borse, che di solito forniscono i dettagli della formula sui loro siti web. La struttura generale della formula del tasso di finanziamento è:

alcune borse di criptovalute ignorano completamente la seconda appendice (interessi) della parte destra della formula, preferendo modellare solo il premio che, come per tutte le borse, si basa sul concetto di Mark Price, ovvero una media mobile dei prezzi sottostanti che dovrebbe mitigare il rischio di manipolazione dei prezzi di mercato. Come già sottolineato, ogni borsa calcola un Mark Price diverso.

Il punto importante da sottolineare è che le criptovalute non hanno bisogno di price discovery, perché sono negoziate su blockchain e quindi – se stiamo all’impostazione di Shiller – i perpetual sulle valute digitali sono inutili. La domanda quindi è: perché sono stati introdotti? Il nostro sospetto è che servano a facilitare l’esposizione alla leva finanziaria, che è enorme rispetto alla volatilità dei sottostanti e questo aumenta sicuramente i rischi di controparte.

Per quanto riguarda i contratti in scadenza, non occorre dilungarsi molto perché si comportano esattamente come quelli tradizionali, tranne che per due caratteristiche: hanno scadenze diverse a seconda delle diverse borse e non sono fungibili. Tuttavia, un punto merita di essere attenzionato. La compensazione avviene almeno una volta al giorno (in alcune borse anche infra-giornalmente) e riteniamo che i margini siano accreditati e addebitati esattamente come in una stanza di compensazione (le borse di criptovalute sono strutture ancora opache). Lo stesso metodo di compensazione viene utilizzato per i futures perpetui (ai quali dobbiamo aggiungere il regolamento del tasso di finanziamento). Pertanto, i futures in scadenza e quelli perpetui sembrano non presentare alcuna differenza, tranne la data di scadenza (che è assente nei perpetui) e, di conseguenza, dovrebbero condividere lo stesso profilo di rischio (ad eccezione del rollover nei futures in scadenza).

Secondo il fornitore di dati sulle criptovalute Kaiko, i derivati costituiscono oltre il 75% di tutte le attività di trading nei mercati delle criptovalute, con i perpetui che rappresentano il 68% di tutto il volume di trading di bitcoin. Tuttavia, le opzioni, uno strumento derivato mainstream nel TradFi, rappresentano attualmente poco meno del 3% del mercato dei derivati crypto.

Se le innovazioni in termini di strumenti adottati dalle borse cripto non sembrano aver “contagiato” la TradFi, le blockchain stanno plasmando la finanza tradizionale su altri versanti. Le prime esplorazioni di Franklin Templeton nel campo della blockchain hanno permesso all’azienda di sviluppare BENJI, un fondo del mercato monetario che opera su 10 blockchain pubbliche, con un patrimonio di 794 milioni di dollari. Franklin Templeton e altri stanno creando strutture, con tecnologia on-chain e liquidità significativa, per affrontare le sfide storiche della finanza tradizionale, come i regolamenti nei fine settimana o la generazione di rendimenti infra-giornalieri.

Tra coloro che hanno fatto il grande passo, circa il 78% afferma che le risorse digitali hanno già generato rendimenti interessanti, secondo la ricerca 2025 di Binance, che ha intervistato 200 investitori a livello globale, tra cui banche, compagnie assicurative e fondi pensione con almeno 150 milioni di dollari di asset in gestione. Di questi il 30% dichiara di aver già investito in asset digitali. Un ulteriore 43% prevede di farlo entro i prossimi 12 mesi. Circa otto investitori su dieci già attivi sul mercato prevedono di aumentare la loro esposizione nello stesso periodo. Nonostante la recente flessione del mercato, molti sono attratti dal potenziale di forti rendimenti. Il prezzo del bitcoin è aumentato del 60% e quello dell’ether del 68% dall’elezione del presidente Trump nel novembre 2024. La maggior parte degli investitori intervistati (78%) si aspetta rendimenti “interessanti” nei prossimi 12 mesi.

Tokenizzazione: la tendenza per il prossimo anno, e oltre

Dopo un periodo di rendimenti superiori al mercato e modifiche normative favorevoli, gli investitori istituzionali stanno investendo in massa in asset digitali come Bitcoin, Ethereum e fondi tokenizzati. Dall’adozione delle criptovalute da parte di Donald Trump alle nuove norme dell’UE e al sostegno delle autorità di regolamentazione britanniche alla tokenizzazione dei fondi, il 2025 è stato un anno fondamentale per gli asset digitali, che sono passati dall’essere una scommessa speculativa a uno strumento di diversificazione del portafoglio a lungo termine.

Mentre il fascino di Bitcoin ed Ethereum risiede nel fatto di essere valute digitali decentralizzate e riserve di valore con ampia diffusione e liquidità, la tokenizzazione è un’applicazione fondamentalmente diversa della tecnologia blockchain. Essa trasforma gli asset tradizionali in entità digitali registrate sulla blockchain, aprendo nuove strade in termini di accessibilità ed efficienza.

La tokenizzazione è destinata a diventare una delle tendenze in più rapida crescita nel settore delle risorse digitali. Circa due terzi delle organizzazioni intervistate che non hanno ancora investito in questo settore prevedono di farlo entro i prossimi 12 mesi.

Uno dei principali vantaggi della tokenizzazione è che consente agli investitori istituzionali di trasferire istantaneamente le quote di un fondo del mercato monetario di loro proprietà a un’altra parte. Ciò consente, ad esempio, di utilizzarle come garanzia per le operazioni su derivati. Un esempio significativo è l’oro fisico che il LME vorrebbe tokenizzare proprio in questa prospettiva.

Nell’ambito della tokenizzazione una delle applicazioni più interessante è il mercato delle stablecoin (che ribadiamo sono token). I cambiamenti normativi degli ultimi 12 mesi hanno aumentato l’entusiasmo nei confronti delle risorse digitali. Negli Stati Uniti, il GENIUS Act, firmato nel luglio 2025, ha creato delle regole per l’emissione di stablecoin che contribuiscono a ridurre l’incertezza giuridica. Il quadro normativo dedicato alle criptovalute dell’UE, MiCA, è entrato in vigore in gran parte nel dicembre 2024.

Nel frattempo, alcune normative che avrebbero dovuto limitare o controllare le risorse digitali sono state abbandonate. Nel giugno 2025, Paul Atkins, presidente della Securities and Exchange Commission statunitense, ha ritirato i piani elaborati dal suo predecessore per regolamentare in modo più rigoroso gli investimenti in criptovalute.

Ma la questione non è risolta. Alla domanda su cosa limitasse l’adozione delle risorse digitali da parte della loro organizzazione o li scoraggiasse dall’investire, gli investitori intervistati hanno sottolineato la frammentazione e l’incertezza normativa.

Ma la ricerca rivela che molti investitori non stanno dedicando risorse alla comprensione dei cambiamenti normativi. Solo il 29% ha adottato misure per garantire che il proprio team addetto alla conformità sia aggiornato. Tra coloro che non lo hanno fatto, solo il 47% lo considera una priorità immediata.

L’allocazione limitata delle risorse può esporre gli investitori a maggiori rischi di conformità, potenziali incertezze legali e ritardi nella partecipazione. Ciò potrebbe rallentare l’adozione delle criptovalute o l’integrazione delle risorse digitali fino a quando non miglioreranno la chiarezza normativa e la preparazione interna.

Nonostante il crescente interesse degli investitori per le risorse digitali, non molti stanno adottando precauzioni adeguate a proteggersi da rischi quali soluzioni di custodia inadeguate e fallimenti del mercato. Ad esempio, solo il 26% ha rafforzato la governance, i controlli dei rischi, il disaster recovery e gli stress test di scenario per resistere a gravi fallimenti del mercato.

E anche se molti fornitori tradizionali di servizi di custodia offrono ora soluzioni per le risorse digitali, solo il 32% dichiara di aver adottato soluzioni di custodia più sicure e conformi.

Che si tratti di conformità, tecnologia o custodia, gli investitori devono ora investire nelle capacità interne che consentono loro di sfruttare le opportunità digitali e ridurne i rischi.

E le stablecoin?

Abbiamo parlato di stablecoin in più di qualche Approfondimento. Alla fine di questo non semplice anno (parliamo sempre di mercati finanziari ovviamente) vorremmo cogliere l’occasione per dare un sunto veloce e proporre qualche riflessione.

In un bel articolo comparso l’11 dicembre 2025 sul FT, Martin Wolf racconta questa storia:

“Qualche mese fa, il suocero di uno dei miei figli, che vive nello Stato di New York, ha inviato alla sua famiglia in Inghilterra una somma di denaro che per lui era piuttosto consistente. Il denaro non è mai arrivato. Peggio ancora, era impossibile scoprire che fine avesse fatto. La sua banca ha contattato l’intermediario che aveva utilizzato, ma le è stato detto che la banca destinataria nel Regno Unito, una delle più grandi del Paese, non avrebbe risposto alle richieste di informazioni. 

Ho chiesto ai colleghi cosa potesse essere successo e mi è stato detto che poteva avere a che fare con il riciclaggio di denaro. Nel frattempo, mio suocero era sconvolto. Poi, dopo due mesi, il denaro è improvvisamente ricomparso sul suo conto. Lui continua a non sapere cosa sia successo nel frattempo. Un evento del genere è del tutto estraneo a qualsiasi mia esperienza di trasferimento di denaro tra il Regno Unito e l’UE.”

Abbiamo riportato questa storia perché ci sembra che spieghi molto bene la preferenza dell’amministrazione americana per le stablecoin come alternativa al loro sistema bancario cui si unisce il costo relativamente elevato dei pagamenti effettuati con carta di credito (circa cinque volte superiore a quello europeo!) e il costo esorbitante delle rimesse transfrontaliere. Entrambi riflettono l’incapacità di regolamentare i potenti oligopoli statunitensi.

Un po’ meno convincenti ci sembrano le motivazioni legate al debito pubblico americano che deve essere detenuto sia internamente che, soprattutto, all’estero (a causa della sua mole) e possibilmente a tassi modesti: l’uso diffuso di stablecoin denominate in dollari detenute globalmente, sarebbe positivo per le casse degli Stati Uniti. Non convince molto questa motivazione perché non vediamo come un investitore europeo sia incentivato a detenere debito pubblico americano attraverso una stablecoin legata al dollaro: caso mai sarebbe incentivato a farlo se parte del debito americano fosse emesso in una stablecoin legata all’euro: ma così non è. Alla fine il Genius Act ha privatizzato il “signoraggio” a favore di attori privati globali (e pochi – Tether e Circle – per giunta).

Il FMI, l’OCSE e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) hanno tutti espresso serie preoccupazioni. In particolare si teme che le stablecoin non riescano a soddisfare tre criteri fondamentali per essere considerate moneta a pieno titolo:

  • 1) unicità: la necessità che tutte le forme di una determinata moneta siano scambiabili tra loro alla pari, in ogni momento;
  • 2) elasticità: la capacità di effettuare pagamenti di qualsiasi entità senza intoppi;
  • 3) integrità: la capacità di frenare la criminalità finanziaria e altre attività illecite.

 

E qui torna di prepotenza il ruolo fondamentale di banche centrali e altre autorità di regolamentazione. Le stablecoin, così come sono attualmente gestite, sono ben lontane dal soddisfare questi requisiti: sono opache, facilmente utilizzabili dai criminali e di valore incerto. Il mese scorso, S&P Global Ratings ha declassato l’USDT di Tether, la più importante stablecoin legata al dollaro, a “debole”. Non si tratta di una moneta affidabile. Le monete private hanno spesso fallito nelle crisi. È molto probabile che lo stesso valga anche per le stablecoin.

Supponiamo quindi che gli Stati Uniti intendano promuovere l’uso di stablecoin poco regolamentate, in parte per rafforzare il ruolo dominante del dollaro statunitense e contribuire così a finanziare i loro enormi deficit fiscali. Cosa dovrebbero fare gli altri paesi? La risposta è difendersi nel miglior modo possibile. Ciò vale in particolare per i paesi europei. Come? Una possibilità è l’introduzione di stablecoin nelle proprie valute che siano più trasparenti, meglio regolamentate e più sicure di quelle che probabilmente saranno prodotte dagli Stati Uniti. L’approccio della Banca d’Inghilterra sembra un modello di buon senso: proprio il mese scorso ha introdotto una “proposta di regime normativo per le stablecoin sistemiche denominate in sterline”, sostenendo che “l’uso di stablecoin regolamentate potrebbe portare a pagamenti al dettaglio e all’ingrosso più rapidi ed economici, con una maggiore funzionalità, sia a livello nazionale che transfrontaliero”. Ci sono ragioni per sfruttare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per creare un sistema monetario e di pagamento più veloce, più affidabile e più sicuro. Ma un sistema che fa promesse fraudolente di stabilità, facilita una politica fiscale irresponsabile e apre la porta alla criminalità e alla corruzione non è ciò di cui il mondo ha bisogno.

 

 

Disclaimer

Il presente post esprime l’opinione personale dei collaboratori di Custodia Wealth Management che lo hanno redatto. Non si tratta di consigli o raccomandazioni di investimento, di consulenza personalizzata e non deve essere considerato come invito a svolgere transazioni su strumenti finanziari.